Il problema non è la Dad, ma il sistema scuola

Ieri leggo questo post sui social, scritto da una docente, Camilla Bianchi, referente per Save The Children di numerosi progetti legati all’inclusione scolastica:
<<Io, oggi, avessi avuto la “mia classe” davanti, avrei chiesto loro scusa.
Scusa perché come adulti non siamo stati in grado di supportarli in questa situazione precaria e faticosa.
Scusa perché anteponiamo qualsiasi interesse prima del loro diritto ad un’istruzione inclusiva e di qualità.
Scusa perché non siamo credibili: un giorno diciamo e promettiamo una cosa, due giorni dopo cambiamo idea senza dare alcuna spiegazione.
Avrei chiesto scusa anche per la giornata di oggi, in cui con tutto quello che è successo ieri e nei giorni scorsi, con una promessa spezzata di un ritorno tra i banchi, su sei ore, solo una docente ha chiesto loro come stavano.>>

Quello che racconta Camilla è accaduto in molte scuole superiori, purtroppo.
E dobbiamo avere il coraggio di dire che non va bene: questa carenza di empatia e decentramento, questo poco spazio dato all’ascolto e alle emozioni dei ragazzi, in un anno come questo, non è più solo un problema relazionale. Sta diventando proprio un problema didattico.
Ormai lo insegnano le neuroscienze, il correlato emozioni-apprendimento è diventato un’evidenza scientifica, la Lucangeli, docente universitaria di Psicologia dello sviluppo, ne parla in ogni intervista, eppure continuiamo ad ignorare le emozioni a scuola, a preoccuparci poco della costruzione di un sano gruppo classe.
Soprattutto alla scuola secondaria, in particolare alla scuola superiore. Tanto loro sono grandi. Ce la fanno.

E che importa se siamo in mezzo ad una pandemia, se forse si prospetta una terza ondata, se i ragazzi stanno vivendo il peggior anno della loro vita, se arrivano da 15 giorni di ‘finte vacanze’ (perché se non puoi quasi vedere gli amici e sei segregato – ancora! – in casa con i genitori quelle non sono vacanze di Natale, quello è ‘sadismo di Stato’ sugli adolescenti), chi se ne importa se il giorno prima a Washington c’è stata una grave insurrezione con un violento attacco al congresso USA. Il programma deve andare avanti. Quasi ‘come se nulla fosse’; ma come dice saggiamente il Proff Mantegazza, scrittore e docente universitario, “è ora di smetterla di far finta di essere in un anno normale, preoccupandoci di voti, verifiche e di fare entro giugno tutti gli argomenti previsti nella nostra pianificazione”.
E’ un obiettivo irrealistico quest’anno, se non antipedagogico. Il focus deve spostarsi dai contenuti alla relazione.


Che non vuol dire non fare più nulla, badate bene! (chi fa questa sintesi usa un atteggiamento difensivo e pregiudizievole).
Vuol dire fare le cose in modo diverso, significa insegnare quegli stessi contenuti, limandoli all’essenziale, con un altro codice comunicativo ed un’altra metodologia. E vorrà dire, quest’anno, avere anche il coraggio di tagliare dei contenuti! Siamo o no nel bel mezzo di una pandemia che ha sconvolto le nostro vite?
Ci sono invece insegnanti, cui va reso merito, empatici ed attenti, che usano un approccio ludico (che non vuol dire banale o infantile), che fanno salti mortali per rendere appetibile la scuola anche ‘dentro gli schermi’: so di una docente che ieri doveva fare Pascoli e la rivoluzione francese, ma ha improvvisato una tavola rotonda immaginaria coi ragazzi per farli parlare e discutere dei gravi fatti di Washington. Forse le rivoluzioni dei giorni nostri, in Dad, risultano più accattivanti di quelle di fine ‘700. Credo che anche uno come Robespierre capirebbe.

Perché non si parla più, o quasi più, di attualità alle scuole superiori? Ahh, no! Poi ti accusano di far politica in classe, meglio lasciar stare (eppure io la ricordo, la mia Proff di italiano, che nei giorni del sexygate dello scandalo Clinton-Lewinsky ce ne aveva parlato in classe, ben 30 anni fa! Ricordo che ci faceva leggere il giornale almeno una volta alla settimana!). Se l’ingozzamento cognitivo, di cui parla spesso Lucangeli, ossia quel modo di continuare a insegnare in modo trasmissivo i contenuti “da fuori a dentro” evidenziava i suoi limiti già prima, quando eravamo in presenza, ora sta segnando il suo inesorabile fallimento.

Da questo punto di vista, mi verrebbe da dire, provocatoriamente, “grazie DAD”! Perché da marzo abbiamo finalmente aperto il vaso di Pandora! Le disfunzioni sopite stanno venendo alla luce.
E come ha detto bene Cinzia Pennati, scrittrice ed insegnante di scuola primaria: <<i programmi sono vetusti, i luoghi deprimenti e, spesso, i docenti sono demotivati e dettano una serie di informazioni; quelli motivati cercano di tappare i buchi in questa barca che fa acqua da tutte le parti. Il problema della scuola non è cosa si fa durante la didattica a distanza, ma cosa non si è fatto prima e cosa non cambierà dopo. La didattica a distanza ha solo reso visibile quello che mancava>>.  

C’è un problema di demotivazione generalizzata, perché sono più di 20 anni che non ci sono investimenti seri sull’istruzione, perché i docenti fanno un mestiere difficile, con scarsissimo riconoscimento sociale ed economico, perché nella scuola secondaria c’è un problema organizzativo e strutturale che impedisce di lavorare bene in team sulla classe (quei 4 consigli di classe in croce e qualche riunione sporadica nell’anno non bastano!), perché gli insegnanti li hanno riempiti di burocrazia ridondante e inutile, legando loro le mani con DVR e paranoie tali che a quel punto viene a tutti da stare più fermi, fare la propria lezione e bon, non chiedetemi altro!
Per forza si perde motivazione!

Talvolta gli insegnanti hanno Dirigenti che sono diventati, per necessità (alcuni, ahimé, per scelta) degli amministratori burocrati più che dei Presidi che li sostengono nelle azioni pedagogiche; le famiglie sono spesso problematiche e fanno ai docenti richieste assurde (la categoria del Genitore 2.0, che alterna lo stile iper-tutelante da “genitore elicottero” allo stile laissez-faire “ormai sei grande fai che cavolo vuoi” mica è facile da gestire eh…diciamocelo!).

Il quadro è sconfortate, lo so. E questa che potrebbe sembrare una critica al corpo docenti (probabilmente perderò gli ultimi follower rimasti tra gli insegnanti!) non lo è. Davvero.
Il mio è piuttosto un accorato appello che rivolgo soprattutto ai Proff che più di altri stanno pagando il prezzo della Dad: eh sì, perché fare didattica a distanza è mostruosamente faticoso quanto seguirla (soprattutto se la fai bene, in modo creativo, se prepari prima materiali, video)
Cari Proff, vi prego, se ancora non siete riusciti a farlo, cambiate registro!

E’ tempo di fare lo switch mentale.
La DAD, o DDI, ce l’avremo ancora per un po’, per un bel po’. Facciamocene una ragione.
A distanza non si può fare lezione come in classe, lo diciamo da 9 mesi, ma in molte scuole il problema è rimasto!  
Chi di voi è bravo in DAD, chi ha trovato metodologie e strumenti per farla bene, sia di aiuto ai colleghi! Basta con queste nicchie di autoreferenzialità, anche quando sono positive!
Per chi di voi se la vive malissimo, vi direi “se non puoi eliminare il tuo nemico, tienitelo vicino e fattelo amico”: provate a farvi incuriosire dalla DAD, cercate piattaforme e strumenti per renderla più interattiva e partecipata. E’ pieno di tutorial che aiutano! Usate Kahoot, Wardwall, fate vedere spezzoni di video (anche divertenti se potete, che i video sull’armata russa non sempre aiutano…), sfruttate divulgatori scientifici su youtube come Luca Perri, Elia Bombardelli, Giacomo Moro Mauretto (guardate il suo canale tematico “Entropy for Life”!) …insomma, divertite di più i ragazzi dentro quegli schermi!
Con un sorriso e una battuta forse catturerete la loro attenzione. Eliminate le lezioni frontali di 40 minuti, che tanto dopo 15 avete già perso metà della classe.

Non siate ossessivi con verifiche e valutazioni, e se anche i ragazzi copiano, pazienza! Prima di preoccuparvi di come controllarli, preoccupatevi di come motivarli, di come conquistare la loro stima e fiducia; così si ridurrà la percentuale di quelli che copiano. Una parte rimarrà sempre, ma ce l’avevate anche prima in classe. E quindi?
Ci aspettano 6 mesi duri, forse peggiori dei 3 appena passati. E’ tempo di cambiare rapproccio, o a giugno arriveremo stramazzati!
Sempre per la logica che mi contraddistingue, ossia di passare dalle parole ai fatti, ecco qui una guida chiara, utile e ben fatta della cooperativa Edi, partner di Save The Children, per fare bene la Didattica Digitale Integrata (la fascia indicata è 6-14, ma gli spunti sono validissimi anche per la scuola superiore!)
http://www.edionlus.it/la-scuola-onlife-guida-pratica-per-la-didattica-digitale-integrata/
Siamo a gennaio 2021, è tempo di mettersi in gioco, lo dobbiamo ai nostri studenti!

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Commenta

WhatsApp chat

Utilizzo i cookie per migliorare la tua esperienza su questo sito. Continuando a utilizzare questo sito ne accetti l’utilizzo. Maggiori informazioni.