“The Shoah Party”, deficit di regole e di empatia

Se ne parla da due giorni su tutti i giornali. Una notizia a dir poco aberrante. Un gruppo WhatsApp con iscritti in diverse regioni d’Italia, dal nome surreale e agghiacciante, che già solo abbinare la parola “Shoah” alla parola “Party” la dice lunga sul livello di analfabetismo emotivo dei fondatori del gruppo, ragazzi che forse hanno dei problemi (verrebbe da pensare), magari provengono da famiglie disagiate, e anche quelli che si sono iscritti a quell’orribile gruppo saranno ragazzini di famiglie problematiche, ehh dai figuriamoci!

E invece no: ancora una volta emerge dalle indagini, come per il caso di Manduria, che la maggior parte dei ragazzi indagati provengono da “famiglie normali”, ragazzi tra i 13 e i 17 anni che da mesi stanno in un gruppo WhatsApp dove circolano video violenti, filonazisti, pedopornografici (sì, ascoltate bene, girano proprio video pesanti, tra cui un abuso su una bambina di 1 anno e una ragazzina di 10-11 anni che fa sesso con due adolescenti).

Lo so, oggi il tema è pesante, ma dobbiamo parlarne.

La mia riflessione si apre su due fronti, di gravi e pericolose carenze che osservo in questa vicenda: da una parte un’evidente carenza sul piano delle regole, sul presidio di ciò che accade nella vita online dei nostri figli, dall’altra parte c’è un evidente deficit di empatia in alcuni ragazzi adolescenti di oggi, attribuibile in parte alla famiglia, in parte alla tecnologia dilagante, in parte alla scuola. Andiamo con ordine, partendo dalla prima carenza.

  • 1) Ma è mai possibile che debbano esserci tutti questi ragazzi con “genitori vivi, ma orfani nel web”? Internet è un mondo pazzesco, pieno di opportunità ma anche di insidie. I ragazzi non possono navigare nel web liberi, perché è una libertà troppo difficile da gestire, almeno nei primi anni dell’adolescenza. Dareste un’automobile in mano a vostro figlio a 12 anni, così “prendi pure e vai”. No, ovvio! Ma uno smartphone sì! Tanto quando lo usa ci gioca soltanto, guarda video divertenti su YouTube, ascolta musica, scrive agli amichetti. Ne siamo sicuri? Che giochi fa? Con chi chatta su WhatsApp e nel Direct di Instagram? Chi ha conosciuto nella chat on-line del suo videogioco preferito? E, attenzione, non è preoccupante solo se incontra l’adescatore che si finge un tredicenne appassionato di Fortnite ed invece è un pedofilo sessantenne. E’ preoccupante anche se incontra proprio quel quindicenne appassionato di video violenti, che stupidamente disegna svastiche ovunque senza capirne il senso, che vive di pane e Youporn, che magari è pure uno insospettabile: fa sport e va pure benino a scuola (perché oggi accade, sappiatelo); quel quindicenne che gli propone di iscriversi a “The Shoah Party”. E se noi non controlliamo il telefono di nostro figlio, allora stiamo abdicando al nostro ruolo educativo!

Riporto le parole dello psicoterapeuta Alberto Pellai, padre di 4 figli: “Da anni invito i genitori a considerare che essere presenti nella vita online dei propri figli giovanissimi, non significa invadere la loro privacy, ma sostenere la loro crescita. Vuol dire aiutarli ad acquisire competenze per muoversi in un modo complesso, dove rischierebbero di farsi male e di fare male, se non siamo al loro fianco. Da anni, invitando i genitori a pretendere di conoscere la password con cui i figli tendono ad isolarsi nella loro vita online, mi sento dire da molti adulti che diffondo un modello educativo repressivo basato sulla sfiducia tra genitori e figli. […] Come padre ho compreso che dopo aver messo nelle loro vite le basi per vivere bene nel principio di realtà, al loro ingresso nell’online dovevo ricominciare tutto daccapo. Perché lì loro gestiscono una seconda vita, in cui spesso le regole della prima non valgono più. Ed è mia responsabilità, insegnar loro quelle regole, fargli comprendere il senso.”

Quindi ora ringraziamo tutti quella madre che ha “sanamente” violato la privacy del figlio, e ha scoperto la chat dell’orrore, e ha denunciato. Una scelta difficile, ma doverosa.

  • 2) Non si nasce empatici. Lo si diventa. Attraverso le esperienze della propria vita, attraverso l’educazione ricevuta, imparando a riconoscere le emozioni, attraverso la gestione dei conflitti, imparando a sentire e amplificando la nostra sensibilità. Non si riesce ad essere sufficientemente empatici se si rimane perennemente ego-centrati. Sviluppare empatia (che non è solo sensibilità), ossia “quella capacità di mettersi nei panni dell’altro sentendo emozioni e vissuti proprio come li prova l’altra persona”, è un fattore protettivo. Solo così di fronte a un video sessualmente aberrante o violento un ragazzo può provare la sensazione, sana, di disgusto, e anziché ridere e condividerlo con altri amici, si ferma e dice: “No, non va bene”. Dobbiamo instillare questa capacità nei nostri figli. O creeremo una società di disadattati. E non facciamo i negazionisti fingendo che i videogiochi violenti non c’entrino nulla! Attenzione, non dico che quei videogiochi siano l’unica causa, giammai! Sarebbe un pensiero semplicistico. Se un ragazzo ha una famiglia presente a livello emotivo e relazionale, se ha stimoli affettivi e culturali, se in famiglia parla e discute dei fatti di cronaca, se sta sviluppando un codice morale nel suo percorso di crescita, non diventa un violento perché ogni tanto gioca con un gioco sparatutto o guarda serie TV “La casa di carta”! Ma se non ci sono quelle condizioni, se viene lasciato in balia di videogiochi violenti per troppo tempo e troppo presto, se quello diventa il suo unico mondo, allora certo che può accadere un fatto rischioso: diventa un po’ anestetizzato a livello emotivo. E magari il confine tra realtà e finzione comincia a non coglierlo più così chiaramente, e neppure quello tra scherzo e reato, e rimane in un gruppo così per mesi, senza segnalarlo a nessun adulto! Oggi la Scuola, che vede queste carenze, deve provare a fare la sua parte. Mettere più spesso bambini e ragazzi in cerchio, attivare discussioni, fare ogni giorno il barometro emotivo della classe, fare vedere film a tema a scuola, fermare la lezione e permettere ai ragazzi di sanare un litigio partendo dal “come si sente secondo te il tuo compagno ora?”, “e tu cosa provi?”. Piccole cose, ma vanno fatte. E magari cominciare a fare progetti seri di “educazione digitale” a scuola, o vicende come la chat dell’orrore si ripeteranno, garantisco2

Chiudo con le mirabili parole di un recente post di Paolo Sarti, pediatra da più di 30 anni e scrittore: “Oggi c’è una emergenza educativa: si chiama analfabetismo emotivo. Si tratta di una carenza emozionale, un inaridimento della persona, che rende incapaci da un lato di provare immedesimazione e compassione verso gli altri, dall’altro di riconoscere e controllare le proprie stesse emozioni. Un’incapacità di valutare la sofferenza che le nostre azioni possono procurare agli altri, come se fossero scisse dal contesto sociale e relazionale. Dobbiamo aiutare i figli fin da piccolissimi a sentire nel profondo la differenza fra bene e male, tra giusto e ingiusto. In un mondo dove tutto è normalmente consentito, non conoscono più il confine tra lecito e illecito, tra una cosa che è reato e un’altra che non lo è. La violenza è ovunque: il limite tra quella virtuale dei videogiochi e quella reale è indefinito per troppi.”

Aiutiamoli a non diventare degli analfabeti emotivi. E’ urgente!

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