Squid Game, proviamo ad allargare lo sguardo

Oggi il problema è Squid Games, anni fa c’era la Blue Whale e a seguire il fantomatico Jonathan Galindo che istigavano al suicidio, infine lo scandalo della ‘black out challege’ su Tik Tok con la vicenda della bimba di 10 anni, trovata morta asfissiata in bagno.
Il problema sono le serie o i film violenti, le challenge sui social, o sono i bambini che hanno un accesso alla tecnologia troppo precoce, non filtrato, non accompagnato e presidiato dagli adulti e, soprattutto, senza gradualità?
Anzi, il problema non sono i bambini, ovvio.
Sono gli adulti che, forse, stanno abdicando ad alcune loro funzioni educative.
In questa vicenda di Squid Game, così visto e seguito già da bambini e ragazzini preadolescenti, direi che sono mancate la funzione ‘gestione del limite e delle regole’ (perché basta mettere un parental control e regolamentare che cosa in famiglia si può guardare) e la funzione ‘offrire stimoli, opportunità, giochi’ (perché non tutto quello che attrae i nostri figli va concesso ad ogni età, bisogna sempre chiedersi se quello stimolo non lo stiamo dando troppo presto, o tardi).

Partiamo appunto da quest’ultima parola, gioco, presente anche nel titolo della popolare serie. Solo perché vi è la parola ‘gioco’ vuol dire che è una cosa adatta ai bambini?
Scusate la provocazione, ma anche la parola toys in inglese significa ‘giocattoli’, ma direi che i Sex-toys non sono strumenti da bambini, giusto? Ne conveniamo tutti?
Anche i videogame sono giochi, ma mentre Minecraft o Brawl Stars sono adatti anche a bambini di 9 anni, Gta o Call of Duty non lo sono affatto, sono videogiochi per adulti, o perlomeno per adolescenti. E si sa, da anni!
E come su questi c’è il codice Pegi, che indica per quale età è adatto (ma quasi mai i genitori lo fanno rispettare) sulle piattaforme ci sono indicazioni chiare per le serie, e Squid Game è una di quelle vietate ai minori di 14 anni. Non sconsigliata eh, vietata!
Come sono vietati i meravigliosi film di Quentin Tarantino, che io adoro ma che mai proporrei a dei bambini! Come lo è Joker, che è un capolavoro di pellicola ma è inadeguato per un bambino. Eppure anche quel film, due anni fa, lo hanno guardato molti under 10!

E, se andiamo indietro nel tempo, Squid Game non introduce un tema così nuovo, è una serie del genere survival spesso molto amato dai ragazzi, come lo era nel 2012 il noto Hunger Games, film che vede protagonisti 24 giovani adolescenti obbligati a partecipare ad una competizione televisiva a squadre, dove ne sopravvive uno solo. Anche lì c’è il tema del ‘ti uccido con una freccia per salvare me’ (anche se fino a poco prima abbiano stretto un’amicizia), anche lì c’è il tema dello show mostrato in TV dove i ricchi si divertono a vedere i giovani uccidersi tra di loro (su questa cosa potremmo andare indietro fino ai gladiatori, direi).
Ma una decina di anni fa la trilogia di Hunger Games, che già aveva creato molto scalpore perché visionata anche dai preadolescenti, non era finita in mano ai bambini.

Cosa è accaduto in dieci anni? Intravedo perlomeno due cause:
Da un lato Internet è cresciuto vertiginosamente, la tecnologia è entrata in modo prepotente nelle nostre case e nelle vite dei nostri figli, anche (e troppo) in quelle dei bambini; per esempio Squid Game si trova facilmente su YouTube anche se non si ha Netflix, si trovano on line spezzoni con le scene cruente, quindi arginare il fenomeno è davvero più complesso (ma si può!).
Dall’altro lato noi genitori stiamo diventando sempre più fragili e disorientati, troppo arresi all’ineluttabilità del tecnologico che avanza, incapaci di dire quei ‘no educativi’, necessari, reggendo anche la frustrazione di nostro figlio che ‘non vede la serie TV di cui parlano tutti’.
Ecco perché il cellulare arriva sempre prima, già a 9 o 10 anni, in mano a bambini che non sanno gestirlo, ma d’altronde “ce l’hanno tutti in classe”; ecco perché Fortnite ha il codice pegi 12, ma ci giocano bambini di 7 anni, sennò “sono l’unico che non ci gioca”; ecco perché a 11 anni delle ragazzine hanno magari già visto Élite, una serie TV over 14 con riferimenti espliciti a tossicodipendenza, sessualità, criminalità, argomenti già complessi da fruire per degli adolescenti, figuriamoci a 11 anni!

Il principio della gradualità è importante in educazione, anche –  e soprattutto – se abbiamo a che fare con ‘la questione tecnologica’. Come dico nell’intervista che riporto in calce a questo articolo (per chi vorrà approfondire ulteriormente il tema Squid Game) siamo noi a dover avere l’accortezza di non anticipare tutto, non solo per tutelare i nostri figli da possibili traumi collegati a contenuti violenti (e con questa serie sudcoreana può capitare) ma anche per non stressare il cervello dei nostri figli e il loro sistema di autoregolazione emotiva che, se messo a contatto con contenuti troppo complessi, può avere una specie di cortocircuito.
Se il contenuto che stiamo offrendo è troppo difficile per l’età di un bambino, il suo ‘cervello cognitivo’ va in stand by, e l’unico a subire l’impatto di quelle immagini forti e cruente è il ‘cervello emotivo’.

Squid game è una bella serie ma con temi molto pesanti, magari interessanti per una discussione critica con degli adolescenti, che hanno un cervello più maturo: si parla del gioco d’azzardo, c’è il degrado delle periferie e il contrasto con la ricca metropoli, ci sono gli strozzini che minacciano di morte e torturano persone indebitate, c’è il tema della donazione illegale di organi (si vedono fegati e occhi espiantati!), ci sono i partecipanti che, rapiti sotto una sorta di ricatto economico, devono uccidersi a vicenda partecipando a giochi tipici dell’infanzia, in un’ambientazione fatta di colori e suoni che ricorda i parchi per bambini o una casa delle bambole. Morte e sangue insieme a scivoli e bambole che giocano a “1,2,3…stella!”.
La sentite l’angoscia? La vedete la complessità e l’ambivalenza delle tematiche?
Non vi pare un po’ troppo per un bambino?

Quindi, per favore, smettiamolo di fare appello alla censura, smettiamola di chiedere alle piattaforme di mettere più limiti ancora. Si possono settare i profili sulle pay TV, ci sono i parental control da mettere su tablet e pc, per renderli più sicuri. C’è già tutto, volendo.
Ricordandoci, poi, che il miglior parental control siamo sempre noi adulti.
Presidiamo, diamo regole, informiamoci (quanti genitori hanno visto la serie o almeno preso informazioni su Google?), parliamone in famiglia, motiviamo i NO ma poi rimaniamo fermi e solidi.
Insomma, ricominciamo a fare “quello sporco lavoro” che tocca a noi genitori: educare.

QUI TROVATE LA MIA INTERVISTA, del 28 di ottobre, che mi hanno fatto su Top Italia Radio

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