Appunti di “pedagogia nordica”: perchè il loro modello funziona meglio?

Sono stata in campeggio, di recente, in Francia, in un camping molto spartano, frequentato perlopiù da olandesi, tedeschi e naturalmente francesi: le classiche famiglie con minimo 3 figli, un camper o una maxi tenda, decisamente più silenziose di una famiglia italiana con un solo figlio di 18 mesi. Anche il lago lì vicino con spiaggia, frequentatissimo, era battuto dai locali francesi e dai turisti; di italiani ne ho visti davvero pochi… e per fortuna! O il livello di rumore, di sabbia alzata e di pallonate che ti arrivano in testa mentre leggi un libro sarebbe stato dieci volte tanto!
Non che voglia fare l’esterofila eh, però studiavo con attenzione queste “famiglie nordiche” (diciamo che le osservo da anni, perché tendenzialmente noi evitiamo i campeggi super delux con la musica disco, l’animazione, il coccodrillo come fa e i bar ad ogni angolo, per cui ci ritroviamo spesso in campeggi easy, a fianco di famiglie coi figli biondissimi che paiono fatti con lo stampino); le guardavo per capire che cosa nel loro modello educativo sia più efficace del nostro ‘modello italiano’, che a me pare meno funzionale, per lo meno nell’effetto che sortisce: spesso nei campeggi i bambini italiani sono rumorosi, capricciosi e lagnosi, e mentre i genitori cercano di montare la tenda e scaricare l’automobile si sono già infilati nei posti più rischiosi, sono scappati rischiando di cadere nel laghetto o stanno appiccando un fuoco alla tenda del vicino.

I bambini dei tedeschi, degli olandesi, dei danesi loro no. Loro stanno fermi. Loro guardano i genitori. Loro aiutano (ma solo se gli viene chiesto eh, non come i nostri che per la foga di partecipare al montaggio tenda danno una martellata sul pollice del papà pensando fosse un picchetto della tenda, e la mamma poi dice “ma dai, povero, voleva solo aiutare, mica lo ha fatto apposta”).
Si muovono lenti, i “bambini nordici”. Si intrattengono da soli, i “bambini nordici”. Giocano con le foglie secche e mettono in fila i sassolini colorati che trovano a terra (non come i bambini italiani, che dopo un minuto con quei sassolini hanno già centrato tre volte lo specchietto del camper dei vicini di piazzola, e i genitori subito a dire “tranquillo, ho l’assicurazione capofamiglia!”).
Se vengono chiamati dai loro genitori, i “bambini nordici” arrivano, ubbidienti, e non senti mai quei genitori alzare la voce, imprecare qualcosa che capiresti comunque che è una parolaccia, anche se in un’altra lingua.

Osservavo un papà l’altra sera, alle prese con suo mini barbecue per preparare la cena; faceva parecchio fumo e dalla gestualità ho capito che deve aver detto ai bambini, che avranno avuto circa 3 e 5 anni, di spostarsi. Loro non si sono spostati, presi com’erano dal gioco. Pazienza. Lui non ha detto altro. Un po’ di fumo che ti impuzza i capelli non ha mai ucciso nessuno, avrà pensato.
Dopo 10 minuti uno dei due fratellini, il minore, ha strappato prepotentemente di mano un gioco all’altro. Il padre ha detto, rimanendo seduto, serafico e lontano di alcuni metri, qualcosa che io ho interpretato come un “restituiscilo a tuo fratello”, il tutto a voce bassa e lenta. Il bimbo non ha ubbidito. Il padre si è alzato, senza proferire una parola, è andato dal ‘ladro di gioco’, glielo ha tolto di mano in modo deciso, lo ha ridato al legittimo proprietario, e poi è tornato a sedersi, senza dire altro. Pazzesco! Noi italiani nel gestire una scena del genere avremmo usato 754 parole, avremmo fatto una morale apocalittica sul senso di giustizia, sul diritto di proprietà, infine avremmo chiesto a quello che lo aveva rubato perché mai lo avesse fatto e magari gli avremmo domandato pure se si rendeva conto dell’emozione provata dal fratello. Un bambino di 3 anni. Ubriacato di parole!

È che noi italiani abbiamo questa mania di parlare, parlare, chiediamo il perché delle loro azioni a bambini di 2 o 3 anni (che spesso agiscono di istinto, che ne sanno loro dei perché) facciamo i processi alle intenzioni, facciamo filippiche eterne. E concludiamo poco.
Questa è la prima grande differenza nello strategico “modello nordico”: loro parlano meno di noi ai figli, non spiegano seicento volte una regola già detta, ma danno un’indicazione chiara, ferma. Non creano allarmismi se due fratelli litigano o se un figlio cade senza gravi conseguenze; in quei casi di solito si girano, osservano il figlio di 3 o 4 anni che si è inciampato cadendo, non lo soccorrono mai, ma aspettano che si rialzi, da solo.
Al limite se piange lo consolano, certo, ma in modo sobrio.

E qui arriva l’altra grande differenza. Questi bambini sono mediamente molto più autonomi. Imparano a intrattenersi e a giocare col poco che hanno, perché non hanno un genitore sempre pronto ad allestire per loro un mini parco giochi. Sono abituati ad attendere una risposta, perché vedono i genitori impegnati a fare altro, e non sempre figlio-centrati. Questi genitori mi paiono meno responsivi, e lo dico in senso buono. Non è che siano disinteressati ai figli, badate bene, ma semplicemente non reagiscono subito ad ogni azione-parola-sguardo del figlio, e soprattutto evitano di farlo con le due emozioni preferite del genitore italiano: ansia e preoccupazione. O anche la rabbia, che quella condisce sempre il tutto, come il prezzemolo.

L’eccesso di responsività del ‘modello italiano’, che diventa quindi disfunzionale, lo osservo anche quando un genitore, mosso dalle migliori intenzioni, vuole valorizzare un figlio. Se per esempio sta imparando a fare i tuffi dal trampolino, nello scenario italiano c’è: il papà che insegna a farli e dice bravo ad ogni tuffo del figlio (anche a quelli che, oggettivamente, fanno schifo); c’è la mamma a bordo piscina che fa il video in diretta per i nonni e le foto per gli zii; c’è il fratellino geloso del fatto che papà e mamma guardino solo suo fratello a cui viene quindi promesso per dopo un maxi gelato, ma a quel punto quello che fa il tuffo lamenta che il gelato è anche un suo diritto perché è stato bravissimo, e allora l’altro pretende anche un gioco oltre al gelato per essere stato bravo a guardare il fratello tuffarsi…e via così.

Delle escalation caotiche di richieste infernali che si eviterebbero se, per esempio, uno dei due genitori stesse fermo e zitto a farsi i fatti propri. O magari se rimanesse sull’asciugamano, giocando a carte con l’altro figlio. O, meglio, leggendosi un buon libro. E pace amen se non abbiamo 3000 video tutti uguali di questi cacchio di tuffi del figlio!
In questo loro funzionano meglio coi bambini piccoli, perchè intervengono uno alla volta, non si sovrappongono l’uno con l’altro (soprattutto le mamme sui papà, come avviene invece spesso da noi). Va detto però che i papà li vedo più attivi con i figli, e quindi le madri sono meno interventiste.

Credo che abbiate colto la provocazione, che vi garantisco ha dei pezzi autobiografici, perchè in questi errori di eccesso di responsività, di troppa presenza relazionale e soprattutto di esubero di parole sono incappata pure io, diverse volte. Ma tenevo caro, dentro di me, il cosiddetto “modello nordico”, che mi aiutava a riposizionarmi e ridimensionarmi, mi aiutava a sgridare i figli, quando serviva, senza fare sfuriate degne di una prosa di Merola, mi ricordava il mio potere di dare una regola ai figli, ed una eventuale sanzione, senza dover scrivere tutto un “codice di procedura legale familiare”.

Ho cercato di imparare ad usare poche parole, ma chiare e ferme, evitando poi quell’ultimo tragico errore che spesso facciamo nel nostro ‘modello educativo italiano’, ovvero il fare leva, come arma finale, sul senso di colpa. “Con tutto quello che faccio per te, figliolo caro, tu ti comporti così!”, “Oh, la mamma è tanto triste quando fai così”. “Sai, papà ti vuole più bene quando lo ascolti”

Ecco, queste frasi, davvero, ve lo dico col cuore di pedagogista in mano, sarebbe meglio evitarle. Non solo non sono utili, ma sono dannose.

Meglio piuttosto frequentare le “famiglie nordiche”, imparare a praticare la loro sobrietà comunicativa e relazionale coi bimbi piccoli, prendere ciò che di buono hanno nel loro modello, miscelandolo sapientemente a quella dose di calore, allegria, dinamismo e creatività di noi italiani (perchè va detto, non è tutto oro quello che luccica negli altri)
Chissà che così non ne venga fuori una contaminazione efficace!

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