Quella madre potevo essere io

Nelle ultime settimane si è nuovamente scatenato l’odio social, nelle sue forme più assurde, spesso note, ma questa volta abbiamo toccato il fondo. Abbiamo visto commenti aberranti a sostegno di quell’uomo, un pregiudicato, che ha investito e ucciso un giovane ragazzo di origine marocchina, perché lo colpevolizzava di aver rubato il cellulare a suo figlio. Qualcuno ha scritto “è così che fa un buon padre”. Pazzesco! Abbiamo visto tristi commenti cinici sulla morte del ragazzino africano, Ani Guibanhianni, di 14 anni, trovato morto nel carrello dell’aereo, mentre scappava dalla Costa d’Avorio inseguendo il sogno di una vita migliore. Sì, lo hanno identificato: all’inizio lo avevano scambiato per un bimbo di 10-11 anni, invece aveva 14 anni, la stessa età di mio figlio. Pensate quanto era in salute!

Mi deprimo ogni volta che vedo questi commenti così amorali, mi chiedo davvero cosa spinga le persone a scrivere (e quindi pensare) frasi così gravi, ma in quelle vicende, forse, c’erano degli aspetti di cornice (gli stranieri, i clandestini che arrivano in Italia), insomma tutti quei temi divisivi che, ahimè, hanno polarizzato l’Italia su due fronti, e soprattutto han fatto perdere il senno a molti.
Ma in queste ultime settimane si è scatenato un altro tipo di odio sui Social, fatto di commenti pesanti, giudicanti e colpevolizzanti, che mi ha davvero attanagliata: è la gogna mediatica verso i genitori. Spesso generata da altri genitori.

È accaduto nella drammatica vicenda della morte delle sedicenni Gaia e Camilla, travolte a Roma in corso Francia dall’auto guidata da Pietro, un ragazzo di appena vent’anni. Ci sono 3 famiglie devastate da questo dramma, un ragazzo che vivrà tutta la vita con questo rimorso, e la gente che fa? Spara sentenze, giudizi, colpevolizzava.

Stessa dinamica pochi giorni fa verso i genitori del piccolo Diego, di soli 4 anni, morto per un tragico incidente mentre andava sul bob col fratellino minore, di 2 anni, rimasto illeso. E mentre i genitori stavano affrontando un lutto indicibile, ancora una volta è partita la gogna mediatica, per fortuna insieme a tanti messaggi di vicinanza, va detto.

È accaduto con la giovane mamma del piccolo Michele, il bimbo di 5 mesi morto per la cosidetta «shaken baby syndrome» (sindrome del bimbo scosso), che provoca seri danni cerebrali e neurologici, e può portare alla morte. La madre lo ha scosso violentemente, in un momento di black-out mentale, dopo ore di pianto inconsolabile, per cercare di riaddormentarlo. Anche a lei sono arrivati commenti pesanti (ve li lascio immaginare) sulle testate dei giornali; accuse di chi, evidentemente, si sente un “genitore perfetto”.

Io invece vorrei mandare un messaggio, forte e chiaro, a quella madre: vorrei che sapesse che, al suo posto, potevo esserci io.

Il nostro primo figlio si svegliava 15 volte per notte, minimo. Io ero uno straccio. Solo chi ha provato la privazione del sonno sa come ci si sente. L’ho mai cullato scuotendolo un po’? Si, ricordo un paio di episodi in cui anche io l’ho cullato troppo forte perchè non dormiva, e intanto io piangevo, logorata dalla stanchezza. Poi ho chiesto un cambio a mio marito. Io avevo un po’ di aiuto.
Vorrei dire a quella madre: “poteva succedere anche a me, sono solo stata fortunata, l’ho scosso solo un attimo, poi ho subito chiesto aiuto, non ho avuto un black-out mentale”.
A volte è fortuna. A volte basta una notte insonne di troppo, basta un’accumulo si solitudine nella fatica di gestire un bambino piccolo, per perdere il senno. Io lo so.
E non la giudico. Anzi, vorrei abbracciarla.

Poi, vorrei poter dare un messaggio, forte e chiaro, anche ai genitori del piccolo Diego, mi metto nei panni di sua madre ora, e vorrei che sapesse che, al posto suo, potevo esserci io.

Quante volte i nostri due figli sono andati sul bob insieme, proprio come Diego e il suo fratellino; il nostro grande era uno spericolato, quante sgridate si è preso perchè andava troppo forte! Nessun albero ha fermato la sua vita, ma lo sappiamo bene che siamo stati fortunati. Ricordo addirittura una volta in cui nostro figlio grande aveva preso, ovviamente senza permesso, un seghetto dalla cassetta degli attrezzi di mio marito, nel garage rimasto aperto. Giocavano a costruirsi una specie di casetta su un albero, con foglie e rametti. Quella lama, che non avrebbe dovuto stare nelle mani di nostro figlio di 8 anni, ad un certo punto è saltata via per aria, e ha colpito il nostro secondo figlio ad un centimetro dall’occhio; ha una piccola cicatrice ancora ora. Se non abbiamo un figlio cieco, è stata solo fortuna.

Lo ha detto bene lo psicoterapeuta Pellai, padre i 4 figli, in una sua commovente lettera ai genitori di Diego: “Chi cresce figli sa che ogni giorno deve fare la sua parte. Ma che tanto dipende anche dall’intervento dell’angelo custode o della buona sorte, chiamatela come vi pare, in base a ciò cui credete”. O cresciamo i figli sotto una campana di vetro, proteggendoli ma impedendo loro di crescere felici, o li lasciamo sperimentare, puntando le fiches sull’acquisizione di autonomie, ma sapendo che corriamo dei rischi, anche in situazioni che sembrano banali, come andare su un bob.

Infine, vorrei poter mandare un messaggio anche ai gentiori di Gaia, di Camilla, soprattutto alle loro madri che (come ogni donna sa fare con un masochismo incredibile) si staranno torturando di domande colpevolizzanti. Vorrei dirvi, io che ho due figli adolescenti, che al vostro posto potevo esserci io. Vorrei ricordavi che, per quanto facciamo mille raccomandazioni ai nostri figli adolescenti, spesso fanno delle imprudenze terribili, e che la sensazione più bella per un genitore di adolescente è non aver neppure più la forza di sgridarli, tanto ti sei spaventata per una cacchiata pericolosa che hanno fatto.
Perchè se ti sei spaventata, se poi ti sei arrabbiata, se poi quando li hai davanti ti senti le gambe svuotate e neppure riesci a sgridarli, è perchè hai ancora i tuoi figli lì davanti, salvi. Vivi.

Vorrei davvero che nessuno giudicasse e colpevolizzasse questi genitori; anche perchè “Cui Prodest?” come dicevano i latini. A chi giova? Chi ne trae vantaggio? Chiedo a quei genitori, a coloro che sparano sentenze giudicanti sul web (senza rendersi conto che quel messaggio virtuale è reale, per chi lo legge), chiedo loro se davvero i genitori di Michele, Diego, Camilla e Gaia si meritano il vostro odio, le vostre sentenze perentorie da “due più due fa quattro”? Quei commenti che, sempre nelle parole di Pellai “partendo da un figlio morto, uccidono con le parole le mamme e i papà che lo hanno messo al mondo.” No, credo di no, penso che non giovino a nessuno

Sapete di cosa ci sarebbe tanto bisogno? Servirebbe avere più Ubuntu 

Ubuntu è un’espressione in lingua bantu, dell’Africa sub-Sahariana, che indica “benevolenza verso il prossimo”. È una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro.

Forse dovremmo praticare tutti un po’ più di Ubuntu, nei Social e fuori dai Social (che non sono altro che lo specchio dei nostri tempi). Dovremmo farci delle dosi integrative di empatia, se per caso ne siamo sprovvisti. Dovremmo sapere tenere in palmo di mano il dolore dell’altro, rispettarlo come una sacra reliquia, soprattutto se è il dolore di un genitore che ha perso un figlio, che è un dolore indicibile e, ahimé, spesso insuperabile.

Perchè, se siamo onesti, lo sappiamo; poteva capitare anche a noi, solo che quella fottutissima roulette russa della vita ci ha risparmiato da quel pericolo, da quella caduta pericolosa di nostra figlia, da quella macchina a tutta velocità mentre nostro figlio cade dal marciapiede, da quella roccia a 10 cm dalla testa di nostro figlio mentre fa un salto con la bici, da quella rissa in cui nostro figlio rimane travolto in una qualunque serata in discoteca.

Poteva capitare anche a noi.

Questo avrebbero bisogno di sentirsi dire quei genitori. A questo potrebbero servire i Social, se usati con intelligenza. A creare sostegno emotivo, conforto, abbracci virtuali.

Vorrei che quelle madri e quei padri potessero leggere queste parole, per sentirsi meno soli, meno colpevoli.

Perchè se c’è la minima possibilità che riescano a perdonarsi, sarà solo se avranno sentito tanti genitori dire loro: “Al tuo posto, potevo esserci io”

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