Un paradosso per salvarci

Ieri sono dovuta uscire per un’incombenza lavorativa, dopo diversi giorni a casa. Mi sono sentita per un attimo più normale.

Mentre attraversavo le vie della mia piccola città, mi pareva di essere in uno di quei film di zombie. Deserto, qualche foglia che svolazza, poche macchine. Per fortuna, pochissimi umani in giro. Tanto silenzio.

Ho fatto anche una spesa rapida, necessaria, inevitabile.

Pensavo a quello che ci sta accadendo, mentre passavo nelle corsie del market. Abbiamo imparato a mantenere le distanze, finalmente! Sembra di ballare un minuetto, quando devi incrociare le persone in uno spazio stretto. Un mezzo giro a destra, una rotazione di quarantacinque gradi a sinistra, ci muoviamo quasi come delle dame al ballo di gala, attenti a tenere quel metro. La sfiga, è che stiamo perdendo lo sguardo, lo sguardo dell’altro.

Cerchiamo di far finta che sia tutto normale, ma sappiamo che non lo è. Cerchiamo di essere disinvolti, ma i nostri movimenti sono diventati rigidi, controllati. Giustamente misurati.

Oggi sentivo imbarazzo, ma anche tanta tensione nell’aria. Nessuno lo vuole ammettere, ma ormai non ci guardiamo più: ci scrutiamo. E’ la paura, è il limbo, è lo spaesamento di non sapere quanto durerà, né come finirà, né quanti danni farà. Per una volta, se qualcuno ci spoilerasse tutto, saremmo contenti.

Ci metteremo un po’, come società, a superare tutto questo. E non parlo solo del contagio, dei malati, del dramma di chi sta morendo, sentendosi annegare, solo, senza poter dare un ultimo abbraccio alle persone che ama. Ma ci pensate? Ma quanto è stronzo e crudele il Coronavirus?

Ci metteremo un po’, quando tutto sarà passato, a recuperare la relazione. La socialità. Saremo un po’ come quei cani che escono incerti dal canile e non sanno ancora se fidarsi.

Se ci pensate, questa è una malattia paradossale, che ci obbliga alla distanza e alla vicinanza. Nella misura in cui impariamo a stare fisicamente distanti, aumentiamo il nostro livello di vicinanza emotiva agli altri.

Vicinanza a chi ha altre patologie, a chi è debole, o anziano, e ha dannatamente bisogno che anche noi non ci ammaliamo. Distanza.

Vicinanza a chi lavora negli ospedali, che sta dilapidando tutte le proprie energie per lavorare in corsia giorno e notte, senza sosta, diagnosticare, intubare, guarire. Distanza.

Vicinanza a chi è meno fortunato di noi, perché se lo stronzo-virus invade un campo profughi, o un paese africano, è davvero uno sterminio. Distanza.

E’ difficile vivere in un tale paradosso, dove la nostra umanità, empatia e vicinanza al prossimo si misura nella nostra capacità di stare distanti, e di stare fermi, in casa.

Questa è una malattia che si cura per sottrazione, si cura nella nostra non-azione.

E’ una malattia dannatamente educativa, nel suo paradosso, perché ci obbliga a fare i conti con la nostra capacità di stare nelle regole. Di vivere decentrati, pensando prima agli altri, che a noi.

Ci obbliga a serrare i ranghi, a focalizzarci sull’obiettivo comune. Contenere.

E’ una malattia che ci obbliga a smetterla di guardare solo il nostro io, per tornare a recuperare il ‘senso del noi’. Per imparare ad allargare lo sguardo, sui bisogni degli altri e non solo sui nostri.

Ora abbiamo capito la lezione, caro Coronavirus. Quindi…potresti andartene?

Foto di Bianca Mentil da Pixabay

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