Il male che ha ucciso Diana si chiama INDIFFERENZA

Una piccola vita innocente di un anno e mezzo si è spenta.
La storia la sapete, io ho dovuto metabolizzarla una settimana prima di poterne scrivere.
Diana è morta nel modo più tragico, ed intollerabile, che possiamo immaginare: per mano di un genitore.
Anzi, a causa di un genitore, nello specifico di una madre, che è una persona così gravemente disturbata da aver lasciato una bambina di 16 mesi sola a casa per 6 giorni. Sola a casa per 6 giorni, nel suo lettino, con un biberon. Ripetetelo con me e visualizzate la scena, perchè per capire il disagio che c’è dietro a questa storia dobbiamo uscire dal nostro immaginario di cosa fa normalmente una madre, e magari provare anche a superare quegli stereotipi sulla maternità, in parte responsabili di questa tragedia.

Una madre che si è resa conto di essere incinta intorno ai 7 mesi (santocielo!), poco prima di partorire, da sola in bagno, quella bambina. Per poi prendere il telefono e avvisare il compagno, che però non è il padre della bambina. Il padre è ignoto, frutto di una notte occasionale; non sapeva di avere una figlia, né ora sa che quella stessa figlia è morta.
O forse lo sa, chissà. Stanno ancora indagando. La madre, Alessia, è in carcere, con accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, e stanno valutando se c’è premeditazione. Pare abbia dato delle benzodiazepine alla figlia, affinché non piangesse, come aveva già fatto in precedenza.
Diana era già stata lasciata sola in casa per un weekend intero, altre volte. Per dire.
Questa volta i 6 giorni, complice il caldo torrido, le sono stati fatali. Fatali.

Solo questo breve racconto, che sembra la trama di un noir d’autore ed è invece la triste realtà, dovrebbe farci riflettere e magari farci sospendere i facili e frettolosi giudizi (ho letto cose orribili in questi giorni, ci sono madri che scrivono ai Gip chiedendo l’ergastolo per questa donna, commenti sui social che la vorrebbero su una sedia elettrica, ‘deve morire’, e giù di lapidazione mediatica!).
Quello che dovremmo fare, di fronte a questa dolorosa – a tratti macabra – vicenda è invece allargare lo sguardo, e farci delle domande. E magari fare un po’ di silenzio.
Perchè Diana non è morta ‘per colpa di sua madre’, ma è morta per le numerose assenze intorno a quella madre, e per l’indifferenza sociale e amorale in cui viviamo ormai tutti.
Dove sono i nonni? Dove sono i vicini di casa? Dov’è l’ex-marito della donna? (che vive nella stessa palazzina, stesso pianerottolo!!). Dov’è la sorella, che vive a Milano ma non frequenta la sorella da mesi? Dove sono le amiche, di cui si parla in qualche articolo? Quelle che forse avevano colto l’inadeguatezza di Alessia, insieme ai vicini e, di sicuro, all’ex-marito, però tutti zitti.
Tutti a farsi i fatti propri.

Dove sono quei Servizi di welfare familiare che dovrebbero esistere in un dannato Stato civile, quelli che dovrebbero aiutare una madre, sola e disoccupata, a fare la madre, e se lei non è in grado di farlo dovrebbero toglierle quella figlia garantendo alla bimba un’esistenza sana, o addirittura proprio la vita stessa? Dove sono?
Ma perchè in Italia ancora molte donne non sanno che un figlio non voluto si può partorire e lasciare in ospedale, e viene garantito l’anonimato alla madre? (e a quel bambino viene garantito un futuro felice da bambino adottato) O, come sarebbe stato nel caso di Alessia, perchè c’è ancora questo tabù culturale nel dire ad una donna, anche mesi dopo che ha partorito, che quella bambina si può affidare ai Servizi sociali, che non si è dei mostri nel farlo ma semplicemente delle persone fragili che, così facendo, farebbero però un gesto di altruismo e eviterebbero di diventarci dei mostri, dopo. Anche nell’opinione pubblica.
Perchè tutti ora volete farmi passare Alessia per un’assassina, ma per me lei è una vittima. Vittima del suo evidente disturbo psichiatrico. Vittima di un Sistema che non funziona.
E ora siamo tutti qui a raccogliere i cocchi emotivi della tragedia annunciata. Ed è facile, troppo facile, mettere sulla gogna mediatica questa donna dal vestito rosso. No, io non ci sto.

Sapete che questa bimba, nata prematura, ha passato il primo mese di vita in ospedale? E ci è tornata altre volte, pare portata dalla nonna, la quale anni fa viveva con la figlia ma era poi tornata a vivere in Calabria. Segnalazioni da parte dell’ospedale su quello che era, in modo evidente, quello che in gergo noi chiamamo “un caso sociale”? Nulla, non pervenute.
La bimba non era neppure iscritta all’anagrafe, i Servizi sociali non sapevano della sua esistenza (così pare), e neppure la Caritas. Diana era una piccola invisibile. Era una bimba non voluta da una donna non in grado di fare la madre. E nessuno se n’è accorto? Nessuno ha fatto nulla per prevenire un epilogo quasi scontato?
Eppure c’è una nonna in questa vicenda (un nonno no, la madre di Diana è rimasta orfana a 7 anni), c’è questo ex-marito che, diamine, non sarà tua figlia ma è la bimba da poco partorita dalla tua ex-moglie! Se lei non è in grado, aiutala, o fai intervenire i Servizi, ma proteggi la piccola! Ma si sa, culturalmente, perchè un uomo dovrebbe farsi carico di una figlia non sua? (anche se ne esitono che lo fanno, eccome!). Lasciamo stare l’attuale compagno, a cui facevano comodo le folli bugie che Alessia gli diceva per passare i weekend con lui, quasi con una dissociazione di personalità, tipo che la bimba era al mare con la zia, o chissà quali altre assurdità. Un disastro su tutti i fronti.

C’è così tanto torbido in questa vicenda, c’è così tanta solitudine, c’è così tanta indifferenza, che mi viene da piangere.
Perchè non è possibile che nel 2022 una bambina di 16 mesi muoia di stenti, sola a casa.
Non è possibile che le linee guida sull’Home Visiting, di cui parla il Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia), declinate in un documento dell’OMS del 2006 (!!), che prevederebbero il lavoro dei Consultori, dei Servizi Socio sanitari e dei Servizi ospedalieri per indivuare i primi segnali di disagio, e aiutare le madri in difficoltà, siano ancora solo belle parole ma, nella pratica, un nulla di fatto. Questo è il vero fatto di una gravità inaudita!

Altro che puntare il nostro dito indignato contro questa madre o liberarci la coscienza con i nostri commenti “povero angelo, R.I.P” sui social. Lo avevo già scritto anni fa, in una analoga situazione, che dovremmo smetterla di fare “i genitori perfetti dietro agli schermi” e sviluppare un po’ più di umanità e di umiltà. E, magari, nel nostro piccolo, dare una mano a quella mamma sola che vediamo ogni giorno ai cancelli della scuola, la vediamo che urla e strattona il figlio, ma siamo solo capaci di alzare gli occhi al cielo. Forse dovremmo invitarla a bere un caffè a casa nostra, se ci riteniamo tanto dei bravi genitori, oppure far giocare suo figlio col nostro, per esempio. La scuola dovrebbe favorire queste relazionali, i Servizi Sociali dovrebbero raccogliere le segnalazioni che la scuola fa, ma non mettendoci 6 mesi per intervenire.
Forse tutti noi dovremmo smetterla di vivere come viviamo, in una folle corsa prestazionale a chi è ‘il genitore migliore’ e potremmo cominciare a fare di più Rete tra famiglie (non solo con quelle ‘a bene’), dovremmo socializzare anche coi vicini di casa, accorgerci di più del nostro prossimo, perchè è inutile fare le donazioni ai bimbi africani una volta all’anno, fare volontariato nell’associazione sportiva dei figli e prodigarci per essere dei ‘buoni genitori’, se poi il nostro prossimo muore nel silenzio e nella solitudine di una culla per 6 giorni.

Come hanno scritto a conclusione di un loro toccante post quelli del Cismai ” Cara Diana, ti è toccato questo, tornare presto presto in cielo, dove stanno i bambini non nati. Niente baci, niente carezze, niente balli, niente cacce, niente conquiste. Niente altre angosce. Non ti toccherà fare la madre, cosa che – come avrai potuto notare sulla tua pelle – dovrebbe capitare quando si può contare almeno su qualcuno che vuole fare il padre, e su una società che accoglie i giovani, i piccoli, le donne che vogliono metterli al mondo […]. Quante altre bambine e quanti bambini dovranno soffrire, o morire come è toccato a te, prima che quest’Italia si attrezzi adeguatamente per accogliere la vita, invece di lasciare spazio a questo osceno oscillare tra falso cordoglio, demonizzazione di chi funziona molto male, dei pochi operatori che lavorano su queste vite schifose, e un sostanziale menefreghismo? Ciao Diana “

Ciao Diana, e speriamo di imparare qualcosa e di diventare migliori.


 

Ti piace questo articolo? Condividilo!

Commenta

WhatsApp chat

Utilizzo i cookie per migliorare la tua esperienza su questo sito. Continuando a utilizzare questo sito ne accetti l’utilizzo. Maggiori informazioni.