Genitori perfetti dietro gli schermi


Un anno e mezzo fa avevo scritto un post su questo tema, diventato virale grazie alla pubblicazione su Frontpagepost proprio con questo titolo. Parlavo della gogna mediatica verso i genitori. Allora succedeva ai genitori di Diego, il bimbo di 4 anni morto per un incidente mentre andava sul bob col fratellino, ma accade di continuo, ai padri che  “dimenticano” i figli piccoli in auto mentre vanno al lavoro (perché a causa di forte stress psicoemotivo sono colpiti da amnesia dissociativa), o capita alle madri che, magari affette da una grave depressione post partum, compiono gesti indicibili.
E ora è accaduto di nuovo, col piccolo Nicola. Tutti pronti a sparare sentenze, a condannare questi genitori perché  “non puoi perdere nel bosco un bambino di 21 mesi” o “se non hanno dato l’allarme subito c’è sotto qualcosa” o, peggio, “saranno dei bambini poco seguiti, cresciuti in mezzo alle capre e al fango”.
E allora mi ritrovo di nuovo qui, a scriverne; lo faccio dopo giorni per avere più lucidità di pensiero, ma anche per risparmiare, a questi genitori, il bombardamento mediatico, nel bene e nel male. Anche se io non sono qui per criticarli, anzi! Sono qui ad esprimere la mia vicinanza; sono qui per dire loro, come feci coi genitori del piccolo Diego, che:

“Io vi capisco, al vostro posto potevamo esserci noi”.
Molti anni fa il nostro secondogenito aveva appena 2 anni, io lavoravo e mio marito era sceso al mare coi bimbi piccoli: uno di quei viaggi infernali nel traffico, col piccolo di due anni che piangeva perché non sopportava di rimanere legato nel seggiolino, e il grande di 5 anni che non sopportava il piccolo che piangeva lagnoso e quindi faceva i capricci pure lui…(un viaggio memorabile… chi è genitore sa di cosa parlo).
Appena arrivato aveva “mollato” lì, nella sicura spiaggetta antistante i bungalow a gestione familiare (che ben conoscevamo), il piccolino lagnoso, insieme al fratello. Tempo 10 minuti, complice quell’attimo di distrazione mentre mio marito parlava coi nonni, e il nostro impavido di 2 anni si era già allontanato tantissimo (centinaia di metri) per cercare i granchietti, andando oltre un pontile sopra degli scogli,  probabilmente seguendo erroneamente un altro bimbo confuso col il fratello.
Mia suocera ha perso 10 anni di vita in quegli istanti! Tutti ricordano quei pantaloni rossi che sgambettano laggiù, su quegli scogli: un passo falso e meno fortuna di quella che abbiamo avuto, ed oggi avremmo un figlio in meno.
Quello grande invece quando aveva due anni e mezzo, in pieno inverno con un metro di neve, è caduto in una fontana, gelida! Il tempo che io mi allontanassi 15 metri dicendogli “stai fermo lì, vado a prenderti i guanti là sul davanzale e torno” e lui si era già arrampicato sul bordo e ci era caduto dentro! Poteva annegare, invece per fortuna solo uno spavento e neppure un raffreddore, vista la sua tempra.
E potrei raccontarne altre, come tutti i genitori che non hanno cresciuto i loro figli sotto una campana di vetro, e che hanno ritenuto importante privilegiare l’autonomia alla sicurezza ferrea al 100% (ma soprattutto che hanno preferito farli muovere nella natura, piuttosto che sedarli davanti ad uno schermo).
Ma che poi, esiste davvero tutta questa sicurezza garantita? O tutti i genitori farebbero meglio a fare un bagno di umiltà, e ammettere che nell’essere genitore c’è anche una bella dose di fortuna (o di sfiga) e che, quindi, di fronte alle sventure altrui, bisognerebbe praticare del sano #nongiudizio?

“Io vi capisco, al vostro posto potevamo esserci noi”.
Io lo immagino perché hanno aspettato un po’ di ore a chiamare i soccorsi (io li avrei solo  chiamati qualche ora prima, cosa che lo stesso padre ha ammesso). Quando fai scelte così radicali nella vita, quando vivi immerso nel lavoro agricolo tra orto, capre, coltivazioni e miele sei abituato ad essere autosufficiente, in tutto, e soprattutto non sei un genitore ansioso (o non faresti scelte così). Che tuo figlio giri libero, che sappia camminare a due anni in mezzo ad un pascolo con te, che sappia tenere in mano chiodi e martello, che sappia dare da mangiare agli animali o strappare le erbacce (anche magari in mezzo a qualche spina) tu lo consideri un valore. Non un pericolo. E poi diciamocelo, si sono attivati autonomamente e solertemente coi vicini e gli amici della Comune di famiglie, a pochi km da loro! Erano fortemente preoccupati, non sono mica andati sul divano a guardarsi una serie di Netflix sapendo il figlio in giro nel bosco (che con quanto lavora questa gente qui, la TV manco sanno cosa sia). E poi sotto sotto lo sai che, quando fai scelte così alternative, rischi di essere stigmatizzato come un genitore incosciente e irresponsabile (“ma che vita fanno fare ai quei poveri bambini”! dice la ggente…che poi a me paiono più irresponsabili quelli che a due anni mettono in mano ai figli uno smartphone per ore ed ore, ma vabbè questo è un altro discorso).
E allora magari ti attivi autonomamente nelle ricerche sapendo che il tuo bimbo quei boschi li conosce, che non potrà fare troppi km, che insomma te la risolverai da solo per non finire sui giornali additato da tutti come “genitore irresponsabile”.
Che è poi quello che sta accadendo, tristemente.

“Io vi capisco, al vostro posto potevamo esserci noi”.
La cosa che più mi fa rabbia è vedere che, mentre voi già state malissimo e vi contorcete dai sensi di colpa (perché tutti noi una volta nella vita abbiamo messo a dormire alle 18.00 i nostri figli stremati e vestiti, sperando che dormissero fino alla mattina, ed ora so che vi rimproverare di non essere passati qualche volta a controllare, di non aver pensato di chiudere la porta a chiave mentre eravate nell’orto e nella stalla, e mille pensieri così…), sui Social molti genitori sono impietosi: scrivono, commentano, sputano sentenze da genitori perfetti, senza capire che stanno scrivendo su un Social…azz (che è come parlare in una piazza con un megafono!), e che magari quei commenti e quei giudizi a voi ‘genitori di Nicola’ arrivano.
Ed un genitore che ha rischiato di per perdere un figlio di tutto ha bisogno, fuorché di giudizi.
Ha bisogno di comprensione, vicinanza, benevolenza, magari anche di aiuto per non commettere lo stesso errore la prossima volta. Perché è indubbio che in questa vicenda qualche errore di gestione ci sia stato, qualche leggerezza, qualche eccesso di sicurezza.
Ma quale genitore può dirsi, in tutta onestà, così libero dall’errore? Io no.
Allora quello che ci servirebbe per vivere meglio, anche tra noi genitori, non è il processo alle intenzioni, non è la competizione tagliente per salire sul podio del genitore perfetto.
Quello che ci servirebbe è praticare un po’ più di “Ubuntu” che in lingua bantu indica “benevolenza verso il prossimo”; è una regola di vita, basata sulla compassione, e sul rispetto dell’altro.

E allora io ribadisco che “Io vi capisco, perché al vostro posto potevamo esserci noi”.

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