Diamo voce ai ragazzi, se non la fanno sentire loro

Sabato scorso abbiamo fatto una manifestazione in piazza ad Aosta. Era la prima, nella nostra piccola regione, della rete nazionale “Priorità alla scuola”, grazie a un neo-nato comitato organizzatore composto da insegnanti, genitori e la sottoscritta (eh niente, se si parla di scuola non posso non esserci!); si sono mobilitate quasi 300 persone, un gran bel risultato per il nostro perimetro geografico!
Molti gli adulti, pochi i ragazzi presenti, purtroppo; ma le testimonianze dei 5 che abbiamo coinvolto sono state davvero toccanti, ed eloquenti.
Diverse persone mi hanno chiesto di poter leggere ciò che ho detto alla manifestazione perchè, anche se c’è il video, preferiscono averle scritte; d’altronde si sa che ‘verba volant, scripta manent’.
Così ho scelto di riportare qui le mie parole, a cui avrei voluto integrarne altre di inedite, ma davvero in questo periodo non ho la forza di scrivere.
Questo discorso, con cui ho avuto l’onere e l’onore di aprire la manifestazione orgnizzata dal nostro piccolo comitato, mi è costato parecchio tempo ed energie, ma la causa ha tenuto alta la mia motivazione.

La mia non è solo stanchezza fisica, o stanchezza mentale, come molti stanno provando in questa fase, complice la Pandemic Fatigue che tutti stiamo sentendo.
Io ho una demoralizzazione di fondo vedendo lo scempio che si sta compiendo verso questa generazione di adolescenti, spesso con il beneplacido di una parte del mondo adulto; uno scempio di cui pagheremo il prezzo, caro e saltato, nei prossimi anni: innalzamento della dispersione scolastica, del numero dei Neet, aumento delle percentuali di disagio giovanile, di casi di depressione giovanile, di autolesionismo, di iperconnessione patologica (ahh no, quelli li stiamo tristemente vedendo già ora).
Alcuni hanno obiettatto che sarebbero dovuti scendere in piazza loro, i ragazzi, in molti mi hanno domandato perché ci siamo mossi prima noi adulti, che loro.
Quasi come se lo avessimo fatto per un tornaconto personale, o perchè li riteniamo dei “poveri cucciolini da difendere”. Tutt’altro!

Siamo scesi in piazza noi adulti semplicemente perchè, ora, siamo più lucidi e focalizzati dei ragazzi (non si sa ancora per quanto!), e più combattivi (d’altronde, siamo genitori e docenti di adolescenti!) ed ancora crediamo – forse ingenuamente – che la scuola possa e debba migliorare! Loro, forse, va detto, in questa scuola non ci credono più. Perchè, diciamolo, la scuola superiore in presenza, anche pre-Covid, non era proprio un gran bel luogo di benessere; e i ragazzi lo sanno.
Ma loro non sanno che a noi ora non basta solo che riaprano le scuole: anzi, per riaprirle e tornare in presenza esattamente come si andava prima, con le classi pollaio, le aule per i laboratori che non ci sono, la didattica spesso obsoleta, l’apprendimento trasmissivo e mnemonico, l’ansia da programma e da verifiche…beh vi rispondo un bel #maancheno!

Noi vogliamo che la scuola diventi una PRIORITA’ nell’agenda politica, e che parta – finalmente – quel profondo rinnovamento che rimetta la parola EDUCAZIONE al centro della didattica, la parola PARTECIPAZIONE al centro dei processi di apprendimento, la parola RESPONSABILITA’ al centro dei processi di valutazione.
Altrimenti, in tutte le regioni d’Italia e per tutti questi mesi, genitori, insegnanti e studenti…cosa sono scesi in piazza a fare?
(comunque avevo detto che non avrei detto parole inedite ma qualuna l’ho aggiunta!)

Qui le parti salienti del discorso di apertura della manifestazione (vi invito ad ascoltare anche gli altri interventi, soprattutto i 5 ragazzi che parlano, al link riportato il calce):
“Oggi siamo scesi in piazza unendoci alle tante mobilitazioni di questa rete nazionale che si chiama PRIORITA’ ALLA SCUOLA, e il nome dice già tutto del senso per cui siamo qui.
Da mesi nelle città italiane genitori, insegnanti e studenti manifestano nelle piazze in Italia, fanno presidi, ci sono gruppi di ragazzi che fanno la Dad col loro pc e il loro banco portatile davanti alle scuole.
Ve la ricordate Anita, la dodicenne diventata simbolo della protesta per le scuole chiuse a novembre? Ecco, io vorrei dire grazie ad Anita e a tutti i ragazzi che da mesi nelle altre regioni protestano e chiedono di riavere la scuola in presenza, e sono stati anche denigrati per questo. Ci pensate? Incredibile, che razza di mondo adulto è quello che irride i giovani e non li mette come priorità?
Le proteste dei genitori e studenti nelle piazze d’Italia, e gli studi scientifici che sono usciti di recente, hanno avuto il merito di far ravvedere il governo, per cui ora abbiamo almeno le scuole aperte, in tutta Italia, anche in zona rossa, fino alla prima media. Ma non ci basta! Non ci basta, perché da troppi mesi gli adolescenti sono considerati INVISIBILI nell’agenda politica, sono quelli ritenuti SACRIFICABILI, quelli che possiamo immediatamente relegare dietro ad uno schermo, al primo picco di contagi. La scuola in altri paesi europei è stata considerata un bene essenziale, al pari di altre attività rimaste aperte nei lockdown, è stata l’ultima a chiudere, non la prima, come è avvenuto sempre in Italia.
Un bene essenziale, una priorità ….

Quindi oggi siamo qui per due ragioni: in primis per chiedere la riapertura, il prima possibile, di TUTTE le scuole, anche della secondaria, perché gli ultimi studi della Dott.ssa Gandini e di altri scienziati, arrivati anche al Governo, evidenziano chiaramente come la chiusura delle scuole sia una misura irrilevante nel contenimento dei contagi, mentre è molto rilevante il danno che genera in termini di disagio psicologico e di perdita della motivazione scolastica nei ragazzi.

Non stiamo dicendo che le scuole siano un luogo sicuro, attenzione; nessun luogo lo è al 100%, il rischio zero con il Covid non esiste, lo sappiamo.
Anzi no, è vero, c’è un luogo dove azzeriamo il rischio sanitario del Covid, ed è appunto dentro lo schermo con la Dad; è vero. E’ innegabile. Ma c’è solo il rischio sanitario?
Con le scuole chiuse e questo strumento palliativo della Dad, legittima e pertinente nel primo lockdown (quando eravamo in una situazione emergenziale), ma diventata ora pesante, demotivante e insostenibile, noi abbiamo alimentato un secondo rischio altrettanto grave: il rischio di perderci una generazione, il rischio di aumentare la dispersione scolastica, il rischio di incrementare disagi psicologici emotivi anche pesanti sui ragazzi.

Anzi, non sono più rischi, queste sono ormai sono evidenze. La salute non è solo quella biologica, ma è anche quella psicologica ed emotiva. E i nostri adolescenti stanno male, si stanno spegnendo.
Riaprendo le scuole in presenza non risolviamo tutto, lo sappiamo: anzi, dovremo avere l’accortezza di non trasformare, in questa fine di anno scolastico, il ritorno in presenza solo in uno spazio di controllo, verifiche o interrogazioni.
Se la scuola in presenza è fatta solo più per la valutazione, ancora una volta stiamo squalificando lo spazio della relazione definendolo utile solo al presidio e non alla costruzione di una comunità di apprendimento.


La scuola è anche altro e deve essere altro. Ecco perché siamo scesi in piazza, per lanciare il messaggio che se veramente la scuola è una comunità educante – come noi riteniamo che sia – può esserlo solo in presenza, perché solo nello spazio fisico del sistema classe si possono costruire legami generativi e formativi che il cortocircuito della didattica a distanza non riesce ad nutrire.
Ma siamo qui in piazza oggi anche per chiedere che, finalmente, la scuola diventi una priorità dell’agenda politica, locale e nazionale, con investimenti seri sull’organico, sulle strutture, sul rinnovamento della didattica.

La scuola può e deve cambiare, perché i problemi li aveva già prima del Covid. Questo anno scolastico è stata un’occasione persa, è stato un anno di mancato rinnovamento.
Non possiamo permettercene un altro, soprattutto non possono permetterselo i nostri ragazzi adolescenti, a cui abbiamo rubato un anno della loro vita e della loro formazione.
15 anni, 16 anni li hai una sola volta nella vita. Non sono i nostri 45, che assomigliano un po’ anche ai 44 che avevamo o ai 46 che avremo.
Non abbiamo fatto sedere ai tavoli di progettazione i ragazzi, non abbiamo chiesto loro come potevano essere utili, come avrebbero voluto una scuola diversa.

Ce li siamo dimenticati (anzi, se li sono dimenticati, noi che siamo qui no, li abbiamo sempre avuti a cuore).
Se ci pensate, lasciando loro la scuola, lo sport, e qualche spazio di socialità regolamentata, avremmo dato loro un messaggio di fiducia, avremmo detto loro che per noi adulti sono importanti, che investiamo su di loro, che sono il nostro futuro.
Abbiamo fatto il contrario. Che beffa!


Ma possiamo ancora rimediare! Oggi noi adulti siamo qui in piazza per dare voce proprio a loro, ai ragazzi, agli adolescenti, e forse siamo dovuti scendere in strada noi adulti, e prendere una posizione a difesa dei diritti degli adolescenti, perché la forza di protestare molti ragazzi non ce l’hanno più, non ci credono più. D’altronde, quando avevano ricominciato a farlo un anno e mezzo fa, con i movimenti per il clima di Greta, anche lì molti adulti hanno banalizzato le loro azioni.

Ed ora li abbiamo relegati dentro la capanna tecnologica delle loro stanze, li abbiamo fatto credere che una App come Discord può davvero sostituire una panchina o un parco dove trovarsi con gli amici, e che la scuola si può fare annientati nei quadratini di Meet. E poi ci chiediamo perché protestano così poco?
Beh, se loro protestano ancora poco, è venuto allora il tempo di farlo noi insieme a loro, noi adulti che crediamo nei giovani e che ci siamo mobilitati qui oggi, per tutelare i loro diritti.
La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, datata 1989, parla chiaro. In quest’ultimo anno forse ce la siamo dimenticata…

Ridiamo esperienze significative ai nostri ragazzi, togliamoli dagli schermi, il tempo stringe, è ormai una priorità!


Cliccando sulla foto sotto potete ascolatare la ripresa video gentilmente fatta dalla redazione di Aostasera.it



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