Siamo madri, non martiri

Festa della mamma 2023. Eppure siamo ancora lì. Il costrutto della Madre-Martire è sempre dietro l’angolo, anche perché è socialmente accettato, se non sostenuto.

La madre che si sacrifica per i figli, che rinuncia, che mette sempre i loro bisogni davanti a sé, che come sa fare lei il gestionale familiare ahh nessuno mai (davvero avalliamo ancora lo stereotipo degli uomini che sanno fare una cosa alla volta?), che anche quando lavora a tempo pieno (e questo è il modello più folle dei nostri tempi moderni) riesce acrobaticamente a tenere insieme tutti i pezzi, lei è donna, madre, compagna, lavoratrice affermata, e sempre perfettamente in ordine e curata (e vuoi non trovare nell’agenda anche il tempo per parrucchiere ed estetista? E magari mentre sei con la tinta in posa, controlli i voti del figlio sul registro elettronico e fai la spesa online).

Ma basta!
Questo modello iper-performante che ingabbia molte donne-madri, attanagliate dai sensi di colpa per non esserci mai abbastanza, appesantite dal perenne senso di inadeguatezza, votate al martirio sociale che dovrebbero anche sorridere mentre lo stanno vivendo…direi che dovrebbe proprio essere superato! I tempi sono maturi.

Come se ne esce?
Con consapevolezza, intenzione, metodo, e con un passo avanti e due passi indietro.

Un passo avanti dei padri, ovvio.
E i nuovi madri millennials a me sembrano sulla buona strada, devo dirlo.
Forse la generazione Z sarà quella che ce la farà, forse.
Ma servono anche due passi indietro delle donne, assolutamente.
Cominciando, come madri, ad occuparci più di noi, del nostro benessere, della nostra realizzazione personale (lavorativa, e non), cominciando a legittimarci il nostro spazio e il nostro tempo, per esempio.
Cominciando a dirci che è per il bene dei figli che dobbiamo imparare a esserci meno. Ed esserci meglio.

Ha ragione Cinzia Pennati, che nel suo blog SosDonne ha scritto un provocatorio pezzo “Come sopravvivere alla festa della mamma”, quando dice:
“Non arrivare dappertutto. Se lasci quello spazio vuoto qualcuno sarà obbligato a riempirlo e lo considererà un fatto naturale non un aiutino.
Caccia nel cesso l’App del registro elettronico. Il controllo deresponsabilizza i figli e ci incatena a un ruolo che fa comodo al potere.
Educare i figli non è solo compito tuo. Preghiera della mattina da ripetere ad alta voce.
Cucinare, occuparti della spesa- pure attenta a non spendere troppo- della casa, dell’organizzazione della famiglia, non è solo compito tuo. Preghiera della sera.
Prenditi uno spazio, non rubarlo tra le pieghe del giorno, difendilo con le unghie e con i denti. Che sia un dato di fatto non un permesso.”

Lo scrivevo già anni fa, in una mia riflessione sul tema Gender Gap, che il cambiamento del ruolo sociali delle donne e delle madri ha bisogno sì di forti azioni politiche (e su questo in Italia siamo messi parecchio male, tenendo conto che dall’ultimo rapporto 2022 del WEF sul Global Gender Gap Index l’Italia è ancora al 63 posto su 146 paesi, ed è dopo Uganda e Zambia, per dire), ma ha anche estremamente bisogno di un cambiamento culturale, che può e deve partire anche da noi donne, con nuove rappresentazioni sociali legate alla maternità e alla paternità.
Troppe madri ancora si compiacciono della personale logica del martirio, perché, diciamocelo, un po’ gratifica anche il nostro ego sapere che siamo così indispensabili per i nostri figli, così necessarie nelle nostre capacità organizzative da Wonder Woman.

E non voglio accusare le donne, badate bene, o addirittura colpevolizzarle (pure!) di essere troppo presenti, troppo abnegate, troppo accudenti. Giammai!
Io sono per la sorellanza, chi mi conosce bene, lo sa.
E so che ci sono leggi e regole che, finché non cambieranno, non consentiranno profondi cambiamenti anche sul piano culturale. Come so che, se le donne ci sono sempre, tanto, e solo loro per i figli…lo fanno perchè altri mancano: i padri, il welfare, spesso entrambi.
Vorrei però attivare consapevolezza rispetto a questo sistema, ancora pesantemente patriarcale, nel quale siamo tutte immerse, donne e madri, e che spesso non ci aiuta a capire dove posizionarci, dove sta il confine, quale è il nostro ruolo.

Ma se il nostro ruolo è quello di essere madri, e non martiri, dobbiamo allora allenarci alla pratica della sottrazione. D’altronde, si sa, l’educazione ha a che fare con la capacità di saper progressivamente arretrare. Trasferire competenze, rendere autonomi i nostri figli, con l’obiettivo che un giorno, solidi e strutturati, non abbiano più bisogno di noi.
La pratica della sottrazione è fatta di piccole micro-azioni, che sembrano banali, ma non lo sono.

Smetterla di lasciare tutto rassettato, magari con la cena pronta nel frigo, se siete via un weekend per lavoro, o per piacere. I figli imparano a cucinare, se non lo trovano sempre pronto.
Smetterla di accudire, provvedere, controllare. I figli imparano più dall’esperienza, anche negativa, che con i nostri salvagenti organizzativi.
Smetterla di caricarsi di tutto il gestionale domestico, smetterla di chiedere ‘mi auti?’ o di ringraziare se ‘vi aiutano coi lavori di casa’, smetterla di dire “sono fortunata perché lui mi aiuta”: ma insomma, convivete con un maggiordomo, o con un compagno?
Smetterla di rinunciare alle proprie ambizioni, perché per i figli vedere madri ambiziose è più importante che vedere madri martiri.
E un giorno ci ringrazieranno, per il modello che abbiamo passato.

E’ difficile, lo so. Abbiamo lo sguardo impietoso delle vecchie generazioni (ahh, le madri di un tempo che ci vorrebbero, ancora oggi, ancelle), abbiamo continui ostacoli nel mondo del lavoro (quel ‘ha intenzione di fare figli?’ è ancora imperante, insieme agli stipendi differenti a parità di inquadramento lavorativo, e l’assenza di politiche di conciliazione), abbiamo gli occhi languidi dei nostri figli che ci riempiono di amore e ci illudono, per un attimo, che quello può bastare. Che essere una brava madre sia sufficiente.

Ma non è così. Non ci deve bastare. Dobbiamo farlo anche per loro.
Liberarli dal vincolo del nostro rapporto materno, non cercare la nostra felicità nella loro felicità.
Al limite potrebbe accadere il contrario.
Che se noi siamo felici, realizzate, gratificate, se sappiamo di avere un valore e ci sentiamo amate indipendentemente dai figli,
allora loro si sentiranno più liberi di amarci non per tutto ciò che abbiamo fatto per loro, ma per ciò che siamo state per noi stesse.


Madri, non martiri.

P.s.: per chi volesse leggere integralmente anche lo scritto di Cinzia Pennati lo trova cliccando qui

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